Quel martedì 30 novembre 1574...

Dinanzi alla Chiesa Maggiore di Manfredonia c’è uno sbandato “mercenario” che tende la mano – E’ il giovane Camillo disoccupato e affamato – Solo un “buon vecchio” gli presta attenzione – Ed è l’inizio della sua salvezza

di P. Felice Ruffini, camilliano

 

 

Quel martedì 30 novembre del 1574 segna l’inizio della salvezza del nostro San Camillo. Non è legenda quanto scriviamo, ma storia ben documentata.

Dio, Amore Misericordioso, non abbandona mai uno dei suoi “Figliol Prodigo”, e si incarna nel tempo in chi ha accolto nel cammino terreno la sua Volontà di conformarsi a Suo Figlio (cf Romani 8, 29).

Ecco come avvenne.

Soldato di ventura squattrinato

A 24 anni Camillo, di mestiere “soldato di ventura”, è sempre uno squattrinato per il vizietto di giocatore incallito e iellato. Anche all’inizio di quell’inverno del 1574.

Scampato da una tempesta, era sbarcato a Napoli dalle Galere sconquassate. Sciolta la “Compagnia” metteva piede in quella Città che qualche anno addietro lo aveva visto “anco à giuocarsi la camiscia che sotto l'istessa insegna si cavò. Il che gl'occorse nella strada di San Bartolomeo prossima alla piazza del Castello nuovo di detta Città”.

L’evento venne ricordato nel tempo. Ne abbiamo testimonianza da persona al di sopra di ogni sospetto che possa essere di parte, quale è Benedetto Croce. Il filosofo abruzzese, napoletano d’adozione, in “La Critica", del 20 luglio 1931, a pagina 313 scrive: "Esisteva ancora - fino ad alcuni anni or sono - a un capo di quella strada (di S. Bartolomeo, frequentata dalle soldatesche e ripiena d'osterie e di case di mala fama) presso la chiesa della Madonna di Monserrato, una viuzza con un arco, chiamata il Sottoportico di S. Camillo, segnante il luogo dove un tempo era una bisca, e un devoto vi aveva fatto dipingere, da un lato la scena del gioco, e dall'altro, l'immagine del De Lellis santificato, con due versi postivi intorno, che dicevano: Qui dié Camillo sua camicia al gioco - Ed or si adora nel medesimo loco

Il celebre Poeta e "Cantastorie" Ferdinando Russo, napoletano, ha scritto sul tema uno dei suoi migliori poemetti, ripubblicato in «F. Russo, Petrusinella - 'A storia 'e San Camillo', Edizioni Bideri - Napoli 1964, pp. 99-104», della quale esiste una versione di lettura del noto attore Nino Taranto.

Il "Sottoportico" è stato in seguito abbattuto e su quel terreno, e su quello adiacente, è sorto un palazzo.

Così mal ridotto, Camillo decise con l’amico “commilitone” Tiberio Senese di andare a cercare fortuna altrove. I due s’incamminarono verso la Puglia, puntando su Manfredonia, che essendo città di mare dava una qualche speranza di ingaggio per avventure militari, almeno di difesa da possibili assalti di Turchi, stanziati sull’altra sponda dell’Adriatico.

Manfredonia – Chiesa di San Domenico

Ma una grande delusione dissolveva l’illusione dei due disastrati giovani. Niente di niente! Allora d’inverno non si facevano guerre! Bella la “pace stagionale! Oggi invece avrebbero risolto il loro problema...

Per i due si presentava solo un drammatico conflitto: o rubare o chiedere l’elemosina... di un lavoro onesto non se ne parlava.

Camillo era per la seconda soluzione.

Scrive il biografo contemporaneo, il camilliano P. Sanzio Cicatelli, che tale scelta costrinse “Camillo con infinito suo rossore a dimandare l’elemosina col cappello in mano com’è solito de poveri soldati ritornati dalla guerra”.

Ed eccolo allora il 30 novembre 1574 “avanti la porta della Chiesa Maggiore di detta Città nel giorno di S. Andrea Apostolo”. C’era molta gente che sfollava dalla Chiesa, e Camillo prestò attenzione particolarmente ad un gruppo “di nobili che stavano parlando insieme”, alquanto titubante nel fare il passo.

Gli storici camilliani del tempo successivo hanno individuato la Chiesa dedicata a San Domenico. Questo luogo di culto, venne costruito da Carlo II D'Angiò tra il 1294 e il 1299 e venne abitata da padri domenicani fino all'invasione dei turchi nel 1620. Ed l'unica Chiesa di Manfredonia che ha ancora il palco rialzato in legno per la predica, cioè il “pulpito”.

All’avvento della furia napoleonica, anche questo Convento con Regio decreto del 28 aprile 1815 passò di proprietà del Comune di Manfredonia.

La Chiesa ancora esiste, e l’adiacente Convento “confiscato” è sede del Municipio di Manfredonia. Facendo una ricerca “on line”, abbiamo constatato con molto piacere che se ne conserva ancora “memoria” dell’evento, anche se con qualche leggera imprecisione.

Era “martedì” quel giorno, e la consistente presenza di “nobili” era dovuto alla Celebrazione del Patronato che S. Andrea Apostolo ha per i “Pescatori” di Manfredonia, a tutt’oggi molto sentito e festeggiato.

Ed ecco in quell’istante di rossore e di naturale ritrosia di Camillo, ben comprensibile per la fierezza del “casato” di una certa nobiltà di “Famiglia”, che si inserisce un delicato atto di carità e d’amore fraterno di “un buon vecchio chiamato Antonio di Nicastro Procurator de’ Padri Cappuccini di quella Città”.

La narrazione dettagliata dello storico camilliano ci rivela che la fonte certa è lo stesso Padre Camillo, del quale sappiamo che sovente narrava della Grazia che Iddio gli aveva fatto chiamandolo a “Conversione” in quei paraggi della Daunia. L’irruzione fraterna di quell’«Angelo di salvezza» sul suo sentiero, che correva a precipizio verso lo sprofondo più nero, si iscrisse profondamente nella sua esistenza terrena, e lo salutò e benedisse sempre come atto provvidenziale disposto dall’alto, che gli aveva aperto le porte a vivere la conseguente esaltante esperienza di Dio.

Il buon vecchio lo accostò e gli “dimando’ se voleva fatigare che gli haveria trovato partito in un Convento de Cappuccini ch’alhora si fabricava”.

Le cattive compagnie

La proposta sorprese Camillo, non avvezzo ad altro lavoro se non a menare le mani con spade e archibugi. La scappatoia fu che non poteva lì per lì, su due piedi decidere perché doveva avere il consenso di un amico che si era momentaneamente allontanato. Un amico che aveva venduto il proprio mantello e condiviso il ricavato per affrontare il viaggio. Quindi aveva un debito di riconoscenza.

Vero o meno, e forse solo una scusa per prendere tempo dinanzi alla proposta concreta di una risoluzione onorevole del suo stato miserevole, il buon vecchio Antonio acconsentì ed amabilmente gli disse “che parlasse prima con quello, e che poi fusse andato à darli la risposta in casa che gli mostrò non essendo quella molto lontana dalla sudetta Chiesa”.

Ritrovato Tiberio, Camillo gli espose la soluzione possibile della temporanea disoccupazione. Forse l’amico gli rise anche in faccia. Camillo questo non lo ha mai detto, ma dalla risposta avuta di “non essere avvezzo à portare coffa ne à far altro simile mestiero”, lo si può facilmente dedurre.

Quindi, senza dare risposta a chi gli porgeva fraternamente una mano, se ne partì con l’amico verso Barletta, sempre sognando di trovare lì una soluzione onorevole consona alla sua posizione sociale.

Quante volte la cattiva compagnia è causa di strade errate dei nostri giovani... il dipendere da altri per un favore avuto!

Padre Cicatelli scrive che “camminarono in quell’istesso giorno dodeci miglia, ma dimandando essi per strada a certi cavalieri del paese, se in Barletta per aventura si saria trovato alcun partito per loro gli fù risposto di nò”.

Allora Camillo deciso si fermò e facendo pressione su Tiberio gli chiese di tornare in Manfredonia, ed accettare il lavoro alla “fabrica de’ Cappuccini”. Al “no” risoluto dell’amico, sentendosi sciolto da qualsiasi obbligo, decise di tornare indietro camminando di notte e ritrovandosi in Manfredonia alle prime luci del giorno.

Al Convento dei Cappuccini

Il Signor Antonio di Nicastro con gioia lo accolse e lo presentò al Padre Guardiano, Fra Francesco da Modica, che lo ricevette con grande carità ben conoscendo la persona che lo presentava.

E così dal 1° dicembre 1574 iniziò la nuova avventura nel Convento, dove il P. Guardiano “dando per officio à Camillo che con dui Asinelli acqua, pietre e calce alla fabrica portasse”.

Per Camillo non fu un periodo tranquillo. La sua nobile fierezza veniva umiliata e strapazzata. Il contemporaneo P. Cicatelli, che ha raccolto dallo stesso Fondatore il racconto del travaglio interiore, ce ne ha lasciato una descrizione dettagliata. Così scrive: “...non mancando in tanto il Diavolo di perseguitarlo in varii, e diversi modi, per farlo sbalzar fuori di quel Convento: dandogli particolarmente due tentationi molto gagliarde. La prima per haver fatto ritornare in Manfredonia il sudetto Tiberio suo compagno, il quale essendo stato anco lui qualche giorno nella fabrica, e non havendo possuto sopportar tanta fatica, se n'andò; havendo dati prima molti assalti a Camillo, che facesse il medesimo. La seconda (ma quella fu più terribile e più lunga) perché vedendolo i putti andar così mal vestito dietro à gli asini con i pendenti della spada a lato, non cessavano di fargli la baia, e di burlarsi di lui. Sopportando egli il tutto, si per la miseria grande in che si ritrovava, si anco per le molte essortationi, che detti religiosi gli facevano".

Un bel tempo di purificazione per il giovane recalcitrante prima di arrivare al santo giorno della sua “Conversione” del 2 febbraio 1575.

Si è detto all’inizio che l’Amore Misericordioso segue sempre il “Figliol Prodigo”. E Camillo l’ha vissuta questa Parabola evangelica. Ne fa riferimento il P. Cicatelli che a proposito del lavoro con i “dui Asinelli” scrive: “Così adunque S.D.Mta a guisa del figliuol prodigo per la strada del bisogno à guardar gli animali lo condusse, volendo poi per questo mezzo al suo vero conoscimento tirarlo”.

Il Convento dei Cappuccini di Manfredonia fu il luogo della sua “salute”, l’inizio della sua salvezza.

Da molti anni quel Convento non è più attivo. Da tempo il luogo è stato trasformato ed adattato a Cimitero della città. Esistono ancora Chiesa e Convento dei Cappuccini che videro il giovane Camillo, suo malgrado, fare da manovale ai muratori prima, e poi garzone dei buoni Frati. Ne rimane la “memoria” di quel tempo di purificazione.

In questi ultimi decenni ogni anno, alla vigilia dell’anniversario della “Conversione”, che ricordiamo ancora avvenne il 2 febbraio del 1575 sulla strada che scende da San Giovanni Rotondo verso Manfredonia, si celebra nell’antica Chiesa dei Cappuccini la “memoria” del giovane sbandato condotto misteriosamente per mano da Dio sul sentiero della sua salvezza.

Promotori ne sono il camilliano P. Ercole Meschini e l’Ing. Pietro Gasparri, già Segretario Generale della “Casa Sollievo della Sofferenza”, con l’Associazione “Fiaccola della Carità” ideata e diretta dal Camilliano. Oggi è la Provincia Camilliana Siculo-Napoletana che ne ha rilevato l’onore e l’onere di esserne nel tempo il “Guardiano del Faro” della speranza di salvezza, grazie all’irruzione di Dio Misericordia nella storia dell’Uomo.

Buon Angelo di Salvezza

La descrizione dettagliata di quel “Martedì 30 novembre 1574”, che ci è stata consegnata dal biografo contemporaneo, ci convince che Padre Camillo lo ha partecipato sovente ai suoi Religiosi, vivendolo come presente nel tempo di sua vita. E non siamo lontani dal ritenere che ne ispirò non poco la sua azione di attenzione e carità per il prossimo che incontrava sulla sua strada, molto simile nelle sue condizioni di quel drammatico giorno.

L’atteggiamento del “buon vecchio Antonio di Nicastro” ha tanto da insegnare nel tempo. Non arretrò e girò lo sguardo altrove dinanzi a quel giovane sconosciuto, dall’abbigliamento e atteggiamento poco rassicuranti. Il farsi prossimo e il tendergli la mano. L’accoglierlo nella sua casa e farsi garante presso il Padre Guardiano, Fra Francesco da Modica, ci interpella e ci sollecita fortemente a imitarlo.

Cosa sarebbe stato del giovane Camillo senza il “buon vecchio”? E’ vero che Dio Misericordioso non abbandona mai il “figliol prodigo”, e trova sempre un tramite per incarnarsi. Il grande mistero del “Verbo Incarnato” continua nei secoli, è vero. E se ha scelto uno di noi per rendersi visibile e presente, e noi ci giriamo dall’altra parte, quale conto ci presenterà nel giorno del giudizio finale? “Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito...” (Mt 25, 42-43)

Non se ne trova riferimento nelle fonti che questa buona azione del Signor Antonio abbia influito su Padre Camillo. Ma da una serie di piccoli episodi della sua vita possiamo dedurre, con morale certezza, che la grande lezione si iscrisse profondamente nel suo animo, e ne acuì l’attenzione verso i diseredati e alcune categorie di persone tenute ai margini della vita sociale.

Quando la Grazia di Dio farà cadere la barriera della irrazionale violenza come via a farsi va­le­re, e scoprirà nell'altro da se la presenza di Dio, faranno esplodere una de­li­ca­­tezza e una sensibi­lità di modi ed attenzioni non solo per i malati ma per qualsiasi emarginato che sbalordi­ranno i con­temporanei.

E Camillo divenne il «buon angelo»

L’autorevole biografo contemporaneo P. Cicatelli scrive che “Una volta sentendo dire da uno de' nostri, ch'erano state rubbate non so quante galline da una nostra villa; egli, non ostante che quello non sapesse nè havesse nominato la persona se gli rivoltò agramente, dicendo: Che rubbate, che rubbate? doveva quel povero huomo haverne bisogno, e però l'haverà prese per necessità, e non l'haverà rubbate”.

Altra volta “trovando egli un certo ladroncello, che rubbava nella camera di Frà Francesco Bosio Priore dell'Hospidal di S. Spirito in Roma, dopo havergli fatta una buona riprensione, e fattagli lasciar la robba, con farsi promettere di non ritornarci più, subito lo mandò via, acciò non fosse visto. Mà dolendosi poi il Priore, perche non l'havesse ritenuto, essendo stato rubbata più volte, e facendogli grande instanza per saper chi fosse, Camillo ch'à pena haveva voluto mirarlo in faccia per non conoscerlo, gli rispose con bel modo così: Ah Signor Priore, mi maraviglio non poco di V.S. volendo che Camillo facci queste cose, sapendo quanto sia geloso l'honore, e la fama del prossimo, e gli doveria bastare, che m'ha promesso di non tornarci più, e non fù mai possibile cavargli altro di bocca”.

E come non vedere presente e vivo quel momento di Manfredonia in questo passo del Cicatelli, che narra di tempi tristi di carestia e freddo, come “che fù quell'anno 1591. crudelissimo” chiamando 15 sarti presso la Comunità centrale della Maddalena per “fare tanti gipponi, camiscie, calzoni, casacche, e calzette” con la conseguenza “che occorse tal volta che alcuni di loro per la gran fame si vendevano detti vestimenti restando cosi spogliati come prima. Questi tali poi incontrandosi per aventura con Camillo lo fuggivano, e si nascondevano da lui per non farsi vedere cosi ignudi. Ma esso come lor padre amorevole gli andava appresso, et havendogli raggiunti gli menava a casa, e gli rivestiva di nuovo non potendo, ne sapendo adirarsi con loro. Anzi gli amava tanto cordialmente che piu volte riprese alcuni non solo de' nostri, ma anco de' secolari che gli dicevano (quando lui correva appresso a detti poveri): Padre lasciategli andare che sono tanti ribaldelli, tristi, e vitiosi che s'hanno giuocato i vestimenti che gli havete dato. Quali parole à lui trapassavano l'anima, non potendo sopportare che con tali ingiurie e villanie fusse ingiuriato il suo Signore, che lui tanto vivamente nella persona di quei poveri suoi membri considerava”.

Ed è sorprendente leggere nel “Processo Teatino” la deposizione del Camilliano P. Ottavio di Somma il suo animo nei confronti del popolo “rom”, già a quei tempi non accolto benevolmente, così che “una volta dicendoli Io che li zingari erano di mala conscienza, esso mi fece u­na buona ri­pren­sio­ne, scu­san­do detti zingari con molta es­sa­ge­ra­tio­ne, di­cendo che erano huo­mi­­ni dà bene e di buona con­scien­za, e di più volle che Io ne facessi la pe­ni­tenza, dicendo, che non si deve dire male d'alcuno”

A riprova della validità della nostra intuizione, concludiamo con questo testo eclatante del Cicatelli: “Haveva nondimeno grandissima compassione a giuocatori solendo dir lui: chi havesse detto à me quando era soldato et huomo del mondo ch’io mi dovevo veder un giorno libero dal giuoco, ogni altra cosa haverei creduta fuor di quella, e pure la divina bontà senza miei meriti me ne fece la gratia. Pero esso pregava spesso il Signore per loro acciò che gli liberasse da tanta grave infermità e frenesia”

Una buona lezione

La sensibilità del “buon vecchio Antonio” per un giovane emarginato ed evitato da tutti gli altri, l’ha salvato forse da un fallimento definitivo, e lo ha avviato sulla via della vera grandezza.

La pazienza e la comprensione fraterna dei buoni Frati Cappuccini di Manfredonia che “per non farlo andare in mala via con buone parole, dopo haver un pezzo stentato, lo trattennero, dandogli in questo tempo per suo salario un scudo ogni mese”, gli offrirono l’occasione di poter ascoltare la voce di Dio che da tempo parlava al suo cuore.

L’incontro con Dio Amore e Misericordioso del successivo 2 febbraio 1575 è maturato al canto della preghiera corale della Comunità Francescana, che seminava pace e luce, mentre lui nelle notti di rabbia sognava “di guadagnarsi alcun scudo per far passar quell'inverno, e di poi ritornar subito al vomito, cioè al giuoco et alla guerra se fusse stato possibile”.

Stando a quanto ci attesta il suo contemporaneo biografo, Padre Camillo proclamava che “il pensier di Dio era molto differente dal suo, poi che non passò quella stagion d'inverno che lo raggiunse, troncando per mezzo tutto l'ordimento de' suoi vani disegni, ferendolo anco di colpo cosi profondo che mentre visse poi ne portò sempre la memoria et i segnali nel cuore.”

E questo grazie al “buon vecchio Antonio” e al Padre Guardiano Fra Francesco con i suoi Confratelli del Convento di Manfredonia.