1588,  Venerdì 28 –  “Camillo va a fondar casa in Napoli”

 

“Cominciandosi ad incaminar bene le cose della Congregatione il Dottor Mira spagnuolo (che poi Vescovo di Castello à mare) andava quasi ogni giorno à dir Messa nella nostra Chiesa della Madalena, il che cagione ch'egli pigliasse molta amistà con Camillo. Questo Dottor Mira ritrovandosi poi in Napoli trattò col P. Alessandro Burla Sacerdote Piacentino e persona di gran bontà che procurasse di far andare questa Congregatione in detta Città, assicurandolo che vi sarebbe stata di grandissimo giovamento. Promise quello di farlo, e però cosi lui come il Dottore cominciarono à far molta instanza à Camillo per lettere che si volesse conferire fino in Napoli per abboccarsi insieme sopra ciò. Camillo essendovi andato ritrovò che'l P. Alessandro era cascato gravemente infermo, onde non essendosi possuto effettuar cosa veruna se ne ritornò in Roma. Guarito poi il P. Alessandro scrisse e supplicò di nuovo à Camillo che volesse ritornare menando seco alcuni altri per la fondatione. Promettendo che lui gli haverebbe fatto ritrovar ogni cosa in punto, com'era casa, letti, et ogn'altra cosa necessaria per dodeci, mandandoli di più cinquanta scudi fino in Roma per il viaggio. Deliberatasi adunque l'andata in Consulta anco eletto per Superiore di questa fondatione il P. Biasio Oppertis. Non mancando poi altro che partirsi andarono Camillo e Biasio a dimandar la benedittione al Cardinal Mondovi tenuto da loro come Protettore. Il quale havendogli concesso quanto desideravano doppo havergli dati alcuni ammaestramenti, prohibì solamente loro che non dicessero lui essere lor Protettore, dicendo non haver ancora Breve di ciò.

Il che non disse il Cardinale forse perche non gli amasse di cuore, ma per non sapere ancora che riuscita doveva fare la Congregatione. Del che parve che sen'affligesse alquanto Camillo, ma Biasio (licentiati che furono) lo consolò dicendo: Padre non si pigli V.P. alcuna afflittione di questo, perche non tanto adesso pare che il Cardinale habbi una mezza vergogna d'esser tenuto nostro Protettore, quanto dobbiamo sperare in Dio che se ne glorierà un giorno. Il che poi si verificò quando nel tempo della morte esso Cardinale lasciò herede la Religione di molte migliaia di scudi dicendo nel suo testamento: Lascio herede la Congregatione de Ministri delli Infermi della quale io son Protettore.

Con tal risposta adunque consolato Camillo andarono in Napoli con altri dodeci compagni dove giunsero alli 28. d'Ottobre 1588. giorno de' gloriosi Apostoli Simone, e Giuda. Habitando in quel principio in una casa preparata loro dal sudetto P. Alessandro nella strada di S. Giovanni a carbonara. Dalla quale cominciando essi a frequentar ogni giorno gli Hospidali (e poco doppo da un'altra chiamata di Santa Maria d'Agnone ) si venne a dar principio à quella fondatione. (Vms cap. 44, Ediz 1980 p. 84)

 

 

1607,  Martedì 2 - Il Cardinale Protettore intima una dieta in

Roma dove Camillo rinuntia al suo Generalato.

 

“Erano, gli oblighi, i pesi, le fatiche, et i debiti della Religione intanto estremo grado d’impossibilità saliti, aggiungendovi anco li molti stratij, e mali portamenti che venivano fatti a’ nostri da alcuni officiali de gli Hospidali nemici de Religiosi che da ogni cosa andavano continuamente nuovi richiami al Pontefice supplicandolo d’alcun provedimento. Dal che quasi infastidita sua Santità ordinò espressamente al Protettore che rimediasse. Il quale desiderando che la Religione non facesse naufragio sotto la sua tutela dispiacendogli anco molto ch’un Instituto cosi importante dovesse quasi per far troppo bene andare in ruvina; non ostante che’l Capitolo generale fusse molto vicino, intimò una Dieta in Roma nella sua presenza. Volendo che in quella intervenissero Camillo i suoi Consultori, e li Provintiali solamente desiderando intendere da loro che rimedio si potesse dare a gli occorrenti bisogni della Religione. Accorgendosi di ciò Camillo conobbe benissimo che in detta Dieta non si poteva trattar d’altro che di restringere di nuovo la sua autorità, accio che esso governandosi col parere de’ Consultori non potesse pigliar piu tanti Hospidali, ne tanti pesi. Vedendosi adunque egli vecchio, e quasi distrutto dalle fatiche si risolvè di sbrigarsi una volta da tanti scrupoli e legami con rinuntiare l’officio di Generale, e di ritirarsi sotto il quietissimo giogo della Santa Obbedienza. In ogni modo diceva lui la Religione per gratia d’Iddio è fatta donna grande, et tanta età che può benissimo senza me conoscere il bene et il male e governarsi da per lei. Fatta questa ·risolutione andò subito dal Pontefice et ingenocchiato à suoi piedi lo pregò con grande umiltà ch’essendo lui gia vecchio e stanco dalle fatiche volesse concedergli gratia di fargli finire i suoi giorni in qualche pace e riposo assolvendolo dall’officio di Generale.

Ma essendo molto bene conosciuta dal Pontefice la sua bontà non volle per alhora risolversi sopra questo essortandolo nondimeno con parole amorevoli a non far altro motivo per alhora. Ma Camillo c’haveva fatta ferma risolutione di volersi ritirare vi ritornò di nuovo supplicandolo con maggior instanza che gli volesse fare questa gratia. Allora vedendo il Pontefice che lui stava fermo nel suo proponimento gli promise che n’haverebbe parlato col Cardinale Precettore, e c’haverebbe procurato di consolarlo. Congregata poi in questo mentre la Dieta alli 2. di Ottobre 1607. nelle proprie stanze e presenza del Protettore vi convennero li seguenti, Monsignor Seneca Vescovo d’Anagni e Presidente della Riforma Apostolica chiamato dal Cardinale per essere stato altre volte buon mezzo in accommodare le differenze della Religione, il P. Camillo Fondatore, Adriano Barra Cesare Bonini e Marchesello Lucatelli Consultore: Biasio Oppertis Provintiale di Napoli: Francesco Antonio Niglio Provintiale di Sicilia; Francesco Pizzorno Provintiale di Toscana. Santio Cicatelli Provintiale di Lombardia; Alessandro Gallo Provintiale di Roma, e Marcello Mansio Segretario della Consulta. Questi essendo congregati insieme furono dall’Ill.mo Protettore con parole piene d’amore, e di zelo essortati a spogliarsi d’ogni rispetto, et a dire liberamente quanto intendevano dello stato della Religione, e del suo rimedio dimandando primieramente à Camillo del suo parere. Il quale stando piu che mai saldo nel proposito della riuntia non volendo parlare d’altro rimedio se prima non parlare rimedio se prima non parlava di questo doppo haver fatto un lungo ragionamento sopra l’instituto et all’amor de poveri che l’havevano forzato à pigliar tanti Hospidali, tanti Novitij, et à far tanti debiti concluse che lui haveva governato anni vintiquattro la Religione.

E che ritrovandosi alhora vecchio stanco, e mal sano era andato due volte dal Pontefice a rinuntiare il suo officio di Generale, ma che sua Santità non l’haveva mai voluto risolvere. E però che pensava di ritornarvi quanto prima per il medesimo effetto volendo ad ogni modo rinuntiare a quei Santi piedi. Il che pensava di fare non come cosa nuova ne alhora nata nell’animo suo, ma come cosa vecchia e molto avanti da lui essaminata e considerata. Dalle quali parole conoscendo il Cardinale che Camillo non era per mutarsi cosi facilmente da quel suo proposito compatendo molto alla sua vecchiezza deliberò senza tenerlo piu sospeso di contentarlo e consolarlo. Onde havendo molto lodata la sua santa intentione gli fece intendere haver ordine dalla Santità del Pontefice ogni volta che lui non si volesse acchetare di contentarlo et accettar esso la sua rinuntia. Alhora Camillo quasi dolendosi del Cardinale che non gli havesse molto prima palesata la gratia da lui ottenuta ingenocchiato subito in terra con molta humiltà disse: che cosi come lui haveva gia rinuntiato a piedi del Pontefice cosi anco hora rinuntiava in mano di sua Signoria Ill.ma. Pregandola di piu instantemente c’havendo compassione alla sua vecchiezza non volesse maipiu per l’avenire permettere che gli fusse dato altro carrico ne governo. Protestandosi anco di non voler piu nella Religione alcuna sorte di privilegio o prerogativa, ma voler star sempre sotto il giogo della Santa Obedienza come il minimo di tutti. Qual rinuntia e dimanda essendo stata non solo dal Protettore, ma anco dal Seneca grandemente commendata come attione degna d’un’huomo santo e fondatore com’era lui ne restarono oltremodo edificati. Soggiongendo particolarmente il Cardinale che benché lui fusse stato finalhora amato e riverito nella Religione come Generale, nondimeno che d’alhora avanti voleva che gli fusse portato doppio amore, e riverenza meritando cosi le sue fatiche, et essendo egli Padre universale della Religione.

Conche essendosi dato fine a quella prima Congregatione cominciò dall’istessa sera Camillo à portarsi come tutti gli altri sudditi non andando piu a sedere nel suo ordinario luogo del Refettorio, ma nelle mense de gli altri Sacerdoti. Oltre di ciò la mattina seguente havendo fatto congregar tutti di casa disse loro c’haveva rinuntiato scrivendo anco di cio molte lettere per tutte le case della Religione. Essendo questa rinuntia stata fatta da lui con tanto suo contento e consolatione di spirito che quando giunsero in Roma i Padri della Dieta esso di propria mano volle a tutti lavare e baciare i piedi. Facendo anco per loro mettere mano ad una botte di buonissimo vino, dicendo che l’haveva serbata a posta per questi ultimi giorni del suo governo allegando le parole del Santo Evangelio: Domine servasti bonum vinum usque adhuc. (Vms cap. 129, Ediz 1980 p. 218 ss)

 

 

1613, Domenica 13 – “Camillo ritorna in Roma, e dell’ultima sua infermità”

 

Giunse finalmente in Roma (da Genova) alli 13.D’Ottobre 1613. dove entrando in casa, come presago, che in quella dovesse essere la sua sepoltura, tutto pieno di contento, disse: Haec est requies mea. Sono venuto à lasciar le mie ossa quì. Essendo poi tutti i nostri andati à baciargli la mano, appena era andato à fargli riverenza il Prefetto di casa, ch’esso Camillo gli disse, che dentro le sue borse erano non quanti danari, che in Genoa gli erano stati dati da quei Signori per maggior commodità del suo viaggio, e che non potendogli allora consegnare, per essere due hore di notte, et egli molto stanco, gli addimandava licenza di potergli tenere fino alla mattina seguente per consegnarli. Del che maravigliandosi quel Padre, e dandogli ogni licenza, esso Camillo gli disse, che non si meravigliasse di ciò, perche non haveria possuto riposare in quella notte, se non havesse fatta detta consegna. Posto poi in letto, e visitato da’ Medici, gli tra l’altre cose ordinato, che per quindici giorni non recitasse l’officio divino, e che mangiasse carne d’ogni tempo: nel che non si può dire, quant’egli stentasse per assuefarsi in ciò.

Non erano ancora passati detti quindici giorni, che fatto chiamare il sudetto Prefetto di casa (al quale in questi ultimi mesi si confessava) gli disse: Quando viene il Medico, dimandateli s’io stò tanto male, che non possa dir l’Officio, ma avvertire, che quando gli addimandate ciò ,non ci mettiate niente del vostro, ma lasciate dire à lui quel che gli ne pare.

E dicendo quello, che non dubitasse, perche ancora non erano passati detti giorni, egli rispose; ad ogni modo è bene assicurarsi per non far errore: perche chi se il Medico intendeva, che li quindici giorni dovessero incominciare alhora quando diede la licenza? E così costretto quel Padre di fare quanto gli haveva ordinato. Un venerdì dovendo pigliare un consumato, mentre stava con la tazza alla bocca per pigliarlo, discostandola da se, disse; ecci licenza? e dicendogli l’infermiero di sì, furono costretti molti à fargli testimonianza di ciò; cioè, che così haveva comandato il Medico, et alhora lo pigliò…

…E però uscito da ogni speranza di sanità, attendeva tanto più ardentemente ad unirsi co’l suo Creatore. Mandò fra l’altre cose per tutti i Conventi, Monasterij, e altre case di Religiosi osservanti, à pregarli con molta instanza, che lo raccomandassero à Dio.

Scrisse ancora non poche lettere così à diversi della Religione, come à molti gentilhuomini, e gentildonne sue divote in diverse città, pregandoli instantemente à non mancar di fare oratione per lui; pregandogli ancora, che dopo la sua morte dicessero, ò facessero dire molte Messe per l’anima sua, si come da tutti amorosamente gli risposto, che l’haverebbono fatto, promettendo di fargline dire non poche centinaia, havendo esso gran speranza in quel sacrosanto, et immaculato Sacrificio.” (Vms “Appendice - Cap. XVIII Cic 1624 p. 177 ss.”, in Ediz. 1980 p. 446 ss)

 

Sigle

Vms   Cicatelli P. Sanzio, “Vita del P. Camillo de Lellis” manoscritto, Edizione a stampa a cura di P. Piero Sannazzaro, Camilliani Roma 1980