Giovanni Paolo II
all’Ospedale San Camillo di Roma

Domenica 3 luglio 1983

Il Santo Padre Giovanni Paoli II si è recato all'Ospedale San Camillo di Roma in visita pastorale. "Una novità nello stile di quelle sino ad oggi compiute da lui ad altri luoghi di cura a Roma, in Italia o in ogni altro Paese del mondo raggiunto nel corso dei suoi pellegrinaggi apostolici", - scriveva L'OSSERVATORE ROMANO del 4-5 luglio 1983 -, celebrando "una liturgia della Parola alla quale hanno assistito non solo gli ammalati ricoverati, i medici, gli infermieri e tutte le altre componenti del nosocomio, ma vi hanno partecipato anche parenti, e rappresentanti del quartiere nel quale l'ospedale è inserito: il quartiere di Monteverde. Ciò per ribadire il concetto dell'Ospedale, come luogo di sofferenza, al centro dell'interesse del quartiere nel quale è inserito, al centro della missione caritativa di quella comunità che nello stesso quartiere vive ed opera."

Entrato nella Chiesa dell'Ospedale, dopo aver sostato in preghiera dinanzi al Santissimo, il Santo Padre ha rivolto ai Cappellani, e alle Suore delle due Congregazioni che prestano servizio al San Camillo, al Forlanini e allo Spallanzani, queste parole di ringraziamento e di saluto:
 

«Sia Lodato Gesù Cristo.

Saluto cordialmente tutti i presenti in questa Cappella. Sacerdoti, Suore, Laici, Medici. Infermieri e Infermiere, tutti i presenti. Io penso che é profondamente vero quello che avete cantato all'inizio: Cristus vincit, Cristus regnat, Cristus imperat.

E' vero specialmente in questo ambiente, dove Cristo è presente con la sua vittoria... la sua vittoria tramite la Croce. Forse questo è un ambiente più largo, più vasto di Roma, dove si vive la Croce di Cristo, la sofferenza. E cosi vince Cristo. E il mio augurio e la mia preghiera all'inizio di questa visita è questa:

che la vittoria di Cristo tramite la Croce, sia attingibile da tutti quelli che passano per questo luogo, per questo grande ospeda1e. Voi siete anche - carissimi fratelli e sorelle - coloro che facilitano questa vittoria, perché la vittoria di Cristo si facilita con l'amore. Portando il vostro amore, il vostro servizio di amore dentro questo luogo, voi facilitate la vittoria di Cristo.

Vi auguro di continuare in questa vostra vocazione.»

 

Poi sull'ampio piazzale adibito ad Eliporto è seguita la Celebrazione della Liturgia della Parola, con Omelia, della quale riportiamo qui il passo dedicato alla commemorazione di San Camillo, Titolare dell'Ospedale romano:

Dall'OMELIA del Santo Padre

“Questo ospedale porta il nome di uno dei santi che più intensamente hanno vissuto il mistero della Redenzione nel suo quotidiano attuarsi attraverso la Croce: san Camillo de Lellis, la cui opera prese avvio proprio in questa città quattro secoli or sono. Da allora ad oggi l’umanità ha compiuto un lungo cammino e nel nostro tempo i luoghi di ricovero e di cura non sono più isole segregate dal resto della comunità, ma ne rappresentano un aspetto qualificante di impegno e di progresso. (n. 2)

Uno di questi, pronto a raccogliere e ad attuare in maniera eroica l’esempio del Signore, fu proprio san Camillo de Lellis. Dopo avere a lungo sperimentato nel proprio corpo e nello spirito “le stigmate di Cristo” (cf. Gal 6, 17), egli, per divina ispirazione, scelse di formare, come ebbe a dire Benedetto XIV, “una nuova scuola di carità” (Benedetto XIV, Bolla di canonizzazione, 29 giugno 1746), istituendo l’Ordine e la Famiglia Camilliana, oggi presente in molte parti del mondo.

Un contemporaneo di san Camillo de Lellis ci informa che il santo, accanto al malato, ne partecipava a tal punto la condizione “da adorare l’infermo come la persona del Signore” (cf. P. Sannazzaro, Camillo de Lellis, in Dizionario degli Istituti di Perfezione, III, coll. 9-10). Non è forse scritto nel Vangelo: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli lo avete fatto a me” (Mt 25, 40)? Le mutate condizioni dei tempi nulla hanno tolto alla validità dell’intuizione di san Camillo, anzi ne sollecitano nuove espressioni, in armonia con le esigenze dell’odierno contesto sociale. Se infatti il progresso della civiltà è dato dall’accresciuta possibilità di servire l’uomo, il carisma camilliano non può che trovare conferma e crescente applicazione. (n. 3)

Una singolare coincidenza storica merita di essere rilevata e fatta oggetto di riflessione. Camillo de Lellis nacque nell’Anno Santo del 1550 e si convertì, a 25 anni, da una vita dissipata, nell’Anno Santo del 1575. Noi ci incontriamo oggi, in questo luogo così carico di richiami all’eredità spirituale camilliana, per celebrare l’Anno Santo della Redenzione. Non v’è forse motivo di chiedersi se Camillo de Lellis non abbia qualcosa da dirci a proposito di questo Anno di grazia che stiamo celebrando? Egli ha, in effetti, un messaggio e un messaggio importante per noi. Egli ci ricorda che vi è un rapporto strettissimo tra la sofferenza, spirituale e corporale, e la finalità primaria dell’Anno Santo, costituita dai fondamentali impegni della conversione e del rinnovamento. (n. 4)”

In precedenza aveva preso la parola il Superiore Generale dei Camilliani, P. Calisto Vendrame, il quale ha rivolto al Papa il seguente saluto:
 

«Beatissimo Padre, a nome di tutta la Famiglia Camilliana che sta per chiudere l'anno commemorativo del quarto centenario della fondazione del nostro Istituto, in particolare a nome del nuovo Consiglio generale e dei Cappellani, voglio esprimere un vivo ringraziamento per questa Sua visita all'ospedale che porta il nome del nostro Fondatore.

Abbiamo appreso con gioia che la Sua visita vuol essere un incontro non solo con gli ammalati, ma con tutto questo mondo della sofferenza o, come noi preferiamo dire, con il mondo della salute dove, oltre il malato che ne costituisce il centro, si muove tutta una comunità di servizio composta di persone le più diverse quanto alla scienza e alla cultura, quanto alla visione del mondo, del senso della vita e delle cose, ma tutte unite e solidali attorno alla Persona umana che soffre (...)

E’ proprio per questo che siamo stati suscitati dallo Spirito Santo nella Chiesa: per servire i malati "con ogni perfettione et diligentia", per testimoniare al mondo la presenza perenne dell'amore di Cristo verso gli infermi. Vogliamo prolungare nel tempo e nello spazio l'azione di Gesù che andava per tutte le città e i villaggi, predicando la buona novella e sanando ogni malattia e infermità, e ha voluto raffigurare se stesso e il suo modo di agire nella parabola del buon samaritano. Intendiamo servire l'infermo come Gesù stesso faceva e lo vogliamo servire come si serve a Cristo. Cosi il malato concreto, nel suo contesto esistenziale e sociale diventa, per usare un'espressione cara a S. Camillo, il "nostro signore e padrone"; infatti tramite il suo essere la sua situazione e i suoi bisogni, ci dice in nome di Dio come dobbiamo essere e cosa dobbiamo fare.»

 

Prima di lasciare l'Ospedale il Papa ha voluto visitare i ricoverati nel reparto di rianimazione e terapia intensiva. Ed in una saletta attigua ha incontrato il Consiglio Pastorale dell'Ospedale, che ha salutato con queste parole:

 

«Grazie a Dio che in questo grande ospedale, in questa grande comunità sanitaria esiste anche un tale consiglio. Un tale consiglio mette in rilievo la caratteristica, diciamo la dimensione apostolica di tutto quello che è questo ospedale perché, noi lo sappiamo bene dalla nostra esperienza e ho anche cercato di esprimerlo nella mia omelia, un ospedale è insieme una realtà evangelica, religiosa, una realtà apostolica. Un consiglio pastorale serve a questo; è la sua finalità diretta, mediata, serve ad attuare, a mettere in rilievo questa finalità, questa caratteristica apostolica dell'ospedale, della malattia, e del servizio di molte persone, di tutto l’ambiente.

Io voglio ringraziare per questa opera svolta da1 Consiglio Pastorale dell'ospedale S. Camillo. Penso che il Santo, da cui l’Ospedale prende il nome, sarebbe molto contento di sapere, dopo 4 secoli, che in questo ospedale si trova il Consiglio Pastorale.

Un ringraziamento personale ed una benedizione per tutti voi carissimi fratelli e sorelle, e per le vostre famiglie.»
 

Subito dopo il Papa è rientrato in Vaticano.