Quel 30 Novembre del 1574….

 

Era Martedì quel 30 novembre del 1574, e sulla porta della Chiesa di San Domenico di Manfredonia sostavano alcuni fedeli appena usciti dalla Santa Messa, mentre un giovanotto dall’aria di “militare in disarmo”, con il cappello in mano non poteva nascondere l’imbarazzo del fare qualche altro passo in avanti per elemosinare qualche spicciolo.

Non è una “leggenda metropolitana” questa, ma un momento drammatico della giovane vita di Camillo de Lellis, nel pieno dei suoi 24 anni e rotti. Ci affidiamo a quello che ci ha lasciato scritto un suo stretto collaboratore, quando convertito fonderà la «Compagnia delli Servi delli Infermi», il Padre Sanzio Cicatelli: “….(Camillo) si ritrovò libero dalla guerra, benche molto mal trattato di vita, e peggio di danari, havendosi questa volta giocato ogni cosa (...come) in Napoli si ridusse anco à giuocarsi la camiscia che sotto l'istessa insegna si cavò, il che gl'occorse nella strada di San Bartolomeo prossima alla piazza del Castello nuovo di detta Città. Cosi adunque mal condotto come huomo quasi disperato, deliberò andar per il mondo cercando sua ventura… quivi dalla necessita costretto Camillo si ridusse avanti la porta della Chiesa Maggiore di detta Città nel giorno di S. Andrea Apostolo, e con infinito suo rossore a dimandare l'elemosina col cappello in mano com'è solito de poveri soldati ritornati dalla guerra, (e mentre) così pieno di vergogna stava dubbioso se si doveva accostare, dimandar l'elemosina ad un giro di nobili che stavano parlando insieme…».

Il Cicatelli puntualizza che «Lo ritroviamo qui, in questa cittadina di mare, perché sperava di avere un ingaggio...». Chiesa e Piazza, viste a volo di Gabbiano mostrano alle loro spalle, a qualche centinaia di metri l’Adriatico e il Porto. Mentre con ovvia ritrosia è indeciso se accostarsi o meno, ecco «un buon vecchio chiamato Antonio di Nicastro Procurator de’ Padri Cappuccini di quella Città lo dimandò se voleva faticare che gli haveria trovato partito in un Convento de Cappuccini ch'alhora si fabricava».

Lo scudo di superbia, granitico orgoglio e presunzione di nobiltà atavica del giovane Camillo figlio di «Misser Giovanni de Lellis, che era delli Principali di questa Terra di Bucclanico di tutti Parentati», con Padrini al Battesimo il Barone Gentile di Torricella e sua moglie Simonia d'Ugni di Napoli, inizia finalmente a incrinarsi e sarà l’inizio della sua salvezza.

Umanamente parlando Camillo ne aveva fondati motivi per sentirsi di “essere qualcuno”, e per comprenderlo è ovvio che c’è da calarsi in quel che era la società del 1500, quando più di oggi l’appartenenza ad una classe sociale condizionava tutta l’esistenza. Il nostro giovane sbandato, più che incallito “peccatore”, aveva titoli qualificati e ben quotati di sentirsi “di un certo nobile livello”.

Di suo padre a distanza di anni verrà ricordato come «Missere Giovanni de Lellis delli principali di questa Terra, che fù Sindico in questa Terra, et hebbe altri uffizi del Governo, e fù anco Capitano della Fortezza di Pescara... et in questa Terra era persona di conto e delli principali e si faceva valere, e mi ricordo che era persona da bene, et honorata il che si conosceva dal buon procedere che faceva et era persona Cattolica e buon cristiano timorato di Dio e della giustizia, et ogni mattina andava alle Chiese… Capitano di Fanteria che militò sotto l’insegne di Carlo Quinto, ritrovandosi in quasi tutte l'imprese fatte da quello o da suoi Capitani in Italia…»

Mamma Camilla de Compellis, nativa di Loreto Aprutino, andata in sposa a Giovanni tramite il fratello “che pur Camillo si chiamava Maggiordomo del Marchese del Vasto Governatore di Milano”, veniva anch’essa ricordata ai “Processi Canonici” come «donna molto buona, et devota, la quale sa pena leggere e per ordinario diceva l'officio della Madonna, et la sera in tempo che l'altre donne attendono à faccende di casa, lei diceva corone, et altre devotioni...»

Una Signora, indubbiamente, di quella fascia di “nobiltà” che senza titoli e orpelli suscitava rispetto e devozione, e che in famiglia vantava oltre al fratello “Maggiordomo” anche Fra Paolo da Loreto Aprutino dei Minori Osservanti, “huomo in quel tempo famoso cosi di bontà di vita, come di scienza essendo stato Commisario di tutto il suo Ordine in Spagna..”

Una collocazione sociale quella dei “de Lellis” di notevole elevatura e di rispetto, se perdurava nel tempo il vivo ricordo che “quando fu portato al battesimo il detto Padre Camillo fù portato con molto fasto e con due intorcie allumate”.

Il venticinquenne Camillo sapeva del rumore che aveva fatto in Bucchianico il momento della sua “nascita alla Grazia”, come si riscontra in questa testimonianza degli “Atti Processuali”: «Noi Giovanni Vincenzo di Torricella d'Anni 90. figliolo del quondam Gentile e della quondam Simonia d'Ugni di Napoli, e Provincia d'Abruzzo citra, Barone della Terra di Torricella facciamo indubitata Fede, come essendo nato e cresciuto nella Terra di Bucchianico luogo, e Patria nostra... Padre Camillo fù battezzato in Bucchianico, portato al Sacro Fonte dall'Ostetrice nomine Nanna di Valentino, e detti Nostro Padre e Madre lo levorono da detto Sacro Fonte, et il Prete che lo battezzò fù il Rettore Don Giovanni Francesco de Corradis Arciprete di detta Terra di Bucchianco... Torricella 27. Gennaro 1622».

Allora è da comprendere l’insofferenza e la ribellione al “forzato ricovero invernale” in un Convento di Frati Cappuccini in quel di Manfredonia, e all’umiliazione cocente che s’era impadronita totalmente del suo essere. Ecco il perché Camillo non penserà affatto di cambiare vita, ma sognerà l'arrivo della "primavera" come la liberazione da quella situazione disperata, e finalmente riprendere l'unico mestiere che sapeva fare, quale era quello del "mercenario".

Ma intanto quella mattina di mercoledì 30 novembre 1574, «obtorto collo» seguì il “buon vecchio chiamato Antonio di Nicastro”, e andò “manovale e garzone” nel Convento dei Cappuccini di Manfredonia, poco fuori del centro abitato… (F. Ruffini)