Padre Camillo e il Santo Natale

 

Qualcuno ci ha chiesto come San Camillo viveva il Santo Natale.

Abbiamo fatto le nostre brave ricerche in tutte quelle direzioni che indicavano contatti avuti con vari ambienti religiosi, ma non abbiamo alcun testo che ci dica di Padre Camillo nel tempo del Santo Natale, salvo il riferirci di una straordinaria operazione dovuta all’intuito della sua enorme carità,  di trasferire rapidamente dal piano terra a quello superiore i malati della “Corsia Sistina”, per salvarli dalla furia delle acque limacciose del Tevere nella notte di Natale del 1598.

Poi abbiamo quella stupenda raffigurazione di Padre Camillo ai piedi di Gesù Bambino in braccio all’Immacolata sua Madre che, benché non abbia nessuno titolo, induce a pensare che chi lo ha ordinato deve aver avuto un grande e bel ricordo della sua dolcezza e tenerezza vissute ed espresse nei tempi liturgici del Santo Natale.

Ci siamo messi allora alla ricerca di tracce, che ci hanno portato sul sentiero della fase della sua “Conversione”, scoprendo come e quanto San Francesco d’Assisi sia entrato con la sua “dimensione esistenziale spirituale” nel suo quotidiano, penetrando profondamente particolarmente col rapporto quotidiano stabilito con i Cappuccini di Manfredonia dal 1° dicembre 1574, che lo accolsero garzone in un momento drammatico della sua giovane vita allo sbando.

Certamente il suo primo incontro con il Poverello d’Assisi lo ebbe nell’adolescenza in Bucchianico, tramite la Fraternità Francescana lì presente dal 1291. Ma il momento più proficuo di una formazione profonda, resta quello dopo la “conversione” quando, con meraviglia e sorpresa di tutti, passò nel Noviziato cappuccino di Manfredonia.

Ma facendo un passo indietro, possiamo senz’altro ritenere che il nostro giovane sbandato Camillo visse la “Santa Notte” del 1574 con una tensione emotiva come mai aveva vissuto le precedenti “notte sante”. Anche se nessuno ne scrive, - compreso il P. Cicatelli -, possiamo ritenere senz’altro che non rimase freddo e indifferente, distaccato dalla dolcezza e pace di spirito di quel “Presepe di San Francesco” allestito dai buoni Frati ospitanti, che era centro di tanta solennità di luci, di canti di gioia e serenità come tradizionalmente era già in atto da secoli nella scia del Santo Serafico Padre Francesco.

Camillo ne assorbì, anche se inconsciamente, tutta la forza penetrante del “Mistero dell’Incarnazione”, e l’inizio della “Storia della Salvezza” che partiva da quel “Divino Bambino” adagiato sulla paglia di quella povera mangiatoia, e scaldato tra le braccia della Immacolata Sua Mamma, così come la sentiva San Francesco. Nella vita ne darà molti di segni coerenti con quanto sentiamo per intuizione affidandoci a documentazione certa.

Un qualche “indizio” dello stato d’animo di Padre Camillo nel “Tempo di Natale”, però, lo si può rintracciare in alcuni passi di un “manoscritto” del P. Pelliccioni, religioso molto caro a San Camillo, e suo Confessore: «Considera (anima mia) come ab eterno Iddio dissegnò nell’Idea della sua divina mente d’incarnarsi nel ventre d’una Donzella Vergine sposata della n(ost)ra progenie... Considera come la Madonna vedendo il suo fig(lio)lo così nudo giacere e li penetra il materno petto, sopra la Terra in quella freddiss(im)a stagione, e sentendolo vaghire grandem.te li compatisce, et l’amoroso S. Gioseppe s’accosta tutto consolato, l’adora, et ambe due lacrimano di gioia…

Contempla anima mia il tuo Sig(no)re riposto nel presepio, con tuo cibo, con un sasso coperto di semplice fieno di sotto il capo, ò dolce Sig(no)r mio perche non ti potei io all’hora farti un guanciale morbido del mio cuore? Poiche quelle due Bestiole li asinello et bue, quali per avventura ivi si trovavano curvando forse le ginocchia al modo loro lo adorano per miracolo, et col fiato ti scaldano le gelide membra… »

Ed allora, anche se nessuno ne ha scritto di come il nostro San Camillo celebrava il “Santo Natale”, sull’onda di queste tenere considerazioni che ci ha tramandato il suo “alter ego”, il Pelliccioni, è facilmente intuibile che per lui ogni giorno era “Natale”. Non doveva attendere la “Notte Santa” per effondersi in sospiri e santi lamenti dinanzi alla ricostruzione del “Presepe di Betlemme”. L’inginocchiarsi dinanzi al malato perché vedeva in lui brillare la luce del volto di Cristo, e il riservargli intenso amore materno come se fosse l’unico figlio malato, hanno origine e radice in quel “Bambinello della grotta di Betlemme” che, come Francesco d’Assisi, contemplava «così nudo giacere sopra la Terra in quella freddissima stagione», ed invitava l’anima a contemplare «il tuo Signore riposto nel presepio, con un sasso coperto di semplice fieno di sotto il capo, ò dolce Signor mio perche non potei io all’hora farti un guanciale morbido del mio cuore?».

E forse va collocata in questa contemplazione la particolare tenerezza che dedicava ai bambini nei momenti di calamità, tanto da stupirne chi lo vedeva e conosceva essere stato soldato e uomo rude. Il Cicatelli, che ben conosceva nel profondo il Padre Fondatore, ha lasciato questo squisito quadretto: “Ma chi havesse visto alhora il buon Padre Camillo fasciare, e sfasciare i detti poveri fanciullini, non haveria possuto far di meno di non compungersi, e di non lodar sommamente Sua Divina Maestà, vedendo ch'un huomo avvezzo et allevato sempre trà l'armi, ammaestrato poi dalla santa carità, sapesse far così bene l'officio delle madri e delle notrici ".

Il “Presepe di Greccio” del Poverello d’Assisi gli ha aperto una finestra sull’intensità e sulla dolcezza del “Mistero dell’Incarnazione”, e donato un particolare calore per amare e adorare l’umanità di Cristo Gesù, resa fragile e dolente nel corpo dei fratelli malati e poveri.

E allora possiamo ritenere altamente significativo che l’unico Santo Natale di Camillo che ci tramanda il Cicatelli, quello della notte del 24 dicembre del 1589 reso visibile in una stupenda tela, ordinata per la Canonizzazione, ce lo ha consegnato così, come era sempre, ingolfato nel pieno di una quotidiana azione di “Carità” nel difendere i malati del Santo Spirito dalle acque minacciose del Tevere, già pronte alle porte per la  devastante invasione.

E la radice di quella tenerezza materna per i bambini malati, inconciliabile con il carattere maschio che aveva, è resa visibile in quello stupendo ovale che lo ritrae in ginocchio dinanzi al Bambino Gesù tra le braccia dell’Immacolata Vergine Madre.

Tutto il “Natale di Padre Camillo” è consegnato alla storia e reso visibile in queste due opere pittoriche: adorazione del Divino Bimbo e coinvolgimento totale nel servizio all’Uomo malato in qualsiasi situazione esso si trovi, anche con il pericolo della propria vita.

 

 

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