di Giovanni Aquaro
camilliano
"Ero carcerato e siete venuti a trovarmi". (Mt.25,36)
Sullo sfondo del " discorso escatologico", variante
di quello della sequela, il P. Celestino ha concluso la sua giornata terrena
il 13 di ottobre u.s., per mano di un folle, in un carcere di Ouagadougou
- Burkina Faso -, ed è andato a riscuotere il premio: "venite,
benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato
per voi fin dalla fondazione
del
mondo, perché ero infermo, ammalato, affamato, carcerato e mi avete
assistito". Ci ha lasciati così com’è vissuto, in pieno
campo di lavoro pastorale, come sempre, sorridente e con il perdono sulle
labbra "alla maniera dei martiri", e all’insegna della speranza
"come il sole, che ad ogni tramonto viene chiamato ad illuminare altre
terre", (poesia russa).
Anche il suo modo di morire è stato un dono,
il dono del martirio quasi l’avesse profetizzato, congedandosi dai suoi
parrocchiani ai primi di settembre: " Mam loogdame la mam ket n bee
né yamb daar fàa ", vi lascio ma resto sempre con voi.
La stampa locale, con una sottolineatura degna dei
Padri, ha definito il 20 di ottobre, giorno della sepoltura, un giorno
di tristezza umana ma di gioia della fede. Magnifica la testimonianza
degli abitanti di Ouaga al passaggio del feretro, dall’ospedale alla parrocchia
San Camillo, per la veglia di preghiera e per le esequie. Un interminabile
canto, una
incessante
preghiera, un composto lamento. Nessun segno di stanchezza, nessun chiacchierio.
Una partecipazione stimata intorno a tredicimila fedeli, centinaia di religiose,
centocinquanta sacerdoti e cinque Vescovi
Molte le testimonianze di solidarietà pervenute
ai familiari e ai confratelli dalle autorità religiose, politiche
e dagli stessi prigionieri; ma, fra tutte, le più commoventi le
troviamo sintetizzate nel cahier des condoléances sistemato vicino
l’altare della Vergine: "le Pére Celestin un homme plein d’affection
pour les autres, totalement dédié au services des plus petits".
E’ il suo messaggio e il suo testamento. L’amore per Dio è linguaggio
comprensibile solo se viene tradotto in amore per il fratello.
Quante espressioni di dolore, in quel quaderno, ma anche di affetto filiale, di preghiere, di interrogativi, di invocazioni con qualche "fantasia spirituale". Vi traspare il P. Celestino vero, quello vissuto dalla gente: un pastore esemplare, premuroso e infaticabile, capace di ascoltare e consigliare, di consolare e asciugare lacrime, infondere speranza e spronare ad una vita santa. Una certa Kaborè ha abbinato a ciascuna lettera del nome Celestino un significato, in francese ovviamente. Così C,cielo; E,stella; L, luce; E, spirito; S, saggezza; T, tolleranza; I, indimenticabile ; N, nome. E’ uno scorrere di litanie semplici ma commoventi e che altri, sicuramente meglio di me, sapranno, con il tempo, ricomporre. Ma ce n’è una in particolare che mi ha colpito e interrogato:
"perché una partenza così brusca ? "
E’ una domanda che molti hanno rivolto al cielo alla
notizia dell’ assassinio del P. Celestino. I fedeli lo hanno scritto con
le lacrime in quel quaderno; il Vescovo se lo è chiesto solennemente
durante l’omelia esequiale accennando ad
una
breve pausa quasi attendesse una risposta dall’alto; noi tutti abbiamo
fatto la stessa cosa. Perché? E chissà, forse lo stesso
P. Celestino, arrivato improvvisamente lassù, davanti al Re, avrà,
sia pure rassicurato per esservi accolto benevolmente, balbettato perché?
E, forse ancora, come il profeta Geremia avrà aggiunto: "forse
Signore non ti ho servito bene"?
Perché ? E’ l’eterno interrogativo
per i tanti problemi che da sempre ci affliggono. Tutti ci poniamo dei
perché, quando certi avvenimenti ci diventano incomprensibili, oscuri,
dolorosi o ci trovano non disponibili, e tutti vorremmo ottenere delle
risposte e subito, alla "fast food", per poi rassegnarsi al destino:
"sic erat in fatis" , ognuno ha il suo destino.
Già, il destino. O il progetto ?
Nell’accezione comune il termine destino obbedisce
a criteri di fatalità, casualità, mentre quello di progetto
risponde a idealità, a qualcosa di pensato, maturato, desiderato,
a scelte forti. Il destino è un caso, il progetto una vocazione.
O meglio la vocazione è un progetto maturato.
Noi parliamo di "destino", Dio di progetti: "Io,
...ho fatto a vostro riguardo, progetti di pace e non di sventura, per
concedervi un futuro pieno di speranza". (Ger.29); "prima di formarti
nel grembo materno ti conoscevo... ti avevo
consacrato"
(Ger.1.1). L’uomo tende a interrogarsi sul "suo destino", e poco sul "progetto
di Dio": le domande se le pone più in riferimento al suo futuro
immediato che a quello ultimo. Il destino si subisce, il progetto interpella,
ed anche se è pieno di difficoltà ha degli obiettivi. Il
destino è inatteso, il progetto un evento amato. Il destino è
un susseguirsi di "nì", il progetto è fatto di tanti "sì".
Ci piace immaginare un P. Celestino figlio del progetto.
Un uomo di tanti piccoli "sì". I figli del destino sono numerosi,
quelli del progetto non si improvvisano. Sono uomini che, ogni giorno,
pronunciano un "sì" a Dio e ai fratelli e vi rimangono fedeli.
Dal punto di vista cristiano, tuttavia, il destino
non è il decreto di Dio riguardante le modalità della morte
o degli anni da vivere. Il Signore è il padrone di ogni vita, (Sir.
41,5) e che in realtà l’unico "destino" dell’uomo è quello
che si realizza in Cristo: il progetto di Dio, infatti, consiste nel salvare
tutti gli uomini in Cristo. "Perché una morte così brusca"
è uno sfogo comprensibile dal punto di vista umano, e risponde ad
una logica deterministica, ma Dio non è il burattinaio che muove
i fili , l’unica cosa che Egli ha deciso è che ci vuole tutti salvi
in Cristo: "...ci ha predestinati ad essere suoi figli adottivi .....vuole
che tutti gli uomini siano salvi".
Le diverse situazioni o circostanze della vita: malattie, catastrofi, tragedie, disgrazie, assassinii..., con le quali si perviene alla morte sono solo delle modalità. Se ci si fermasse solo a queste, si rimarrebbe nell’ambito strettamente antropologico, si volerebbe a bassa quota. Se invece si è abitati dal desiderio di Dio e dall’accogliere il suo volere, allora.... "si è pieni di fiducia e si preferisce andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore" (2Cor.5,8).
P.
Celestino è stato, per il suo gregge, ma anche per tutti noi, un
"coraggioso testimone del progetto", un pastore zelante e premuroso,
ministro della Parola e dei Sacramenti, guida sicura capace di confermare
nella fede, sostenere nella speranza ed edificare nella carità.
Ci ha lasciati "alla maniera dei martiri".
La
testimonianza dei martiri è fondamentale per la comunità
dei credenti che deve custodire la memoria storica nel suo pellegrinaggio
verso "i cieli nuovi e la terra nuova". E’ vero che il centro della
storia della Chiesa è Cristo Gesù morto e risorto per la
nostra salvezza, ma sappiamo bene che la fede "più che da maestri
è mediata da testimoni ". P. Celestino è stato uno di
questi.
"I martiri non hanno bisogno / delle nostre feste,
poiché godono in cielo / insieme agli
angeli:
non perché li onoriamo / si compiacciono
di noi,
ma se li imitiamo. / Onorarli / e non seguirne
l’esempio è, però,
nient’altro che / adulazione menzognera." (S.
Agostino)